





Il fortunato ritrovamento dell’inventario dell’eredità post mortem di Ottavio Nazari, redatto il 20 novembre 1645, ha permesso di ricostruire nei dettagli le vicende della cappella intitolata all’Angelo Custode, da lui stesso eretta nella basilica di San Gaudenzio, e di dare ragguagli sui suoi gusti in materia di arte.
Il citato inventario presenta infatti tra gli strumenti notarili, redatti dal personaggio nell’arco della sua vita, anche quelli relativi alla realizzazione della cappella, comprensivi delle convenzioni stipulate con le diverse maestranze artefici.
Ottavio Nazari faceva testamento il 25 settembre 1630, dando a intendere che la cappella a quella data era praticamente completata, mentre in realtà mancavano ancora pochi ritocchi all’ancona. Lo si desume dai testamenti del 1634 e dei successivi anni e in particolare alcune fatture sull’altare marmoreo che in effetti presenta la data 1633.
Lo strumento di assegnazione del sacello, che andava a collocarsi nel sito di una cappella già dedicata a Sant’Eligio, fu stipulato con i canonici il 27 febbraio 1627. Il Nazari, tuttavia, senza attendere l’approvazione ufficiale dei canonici avvenuta evidentemente per certa, il 19 febbraio 1627 aveva già steso la convenzione con Tanzio per l’esecuzione della decorazione pittorica. Presumibilmente, ancora precedentemente, egli aveva preso accordi con gli stuccatori, Giovanni Pietro e Antonio Maria Casella, per i quali possediamo un unico contratto di pagamento in data 8 maggio per la somma di lire 180 e 5 brente e mezzo di vino. Il documento, dopo quest’ultimo rogito, tace fino al 1629. Il 10 gennaio di questo anno il Nazari riceveva in concessione della cappella da parte dei decurioni di Novara, che detenevano il patronato cittadino sulla chiesa. Il 15 giugno 1629 si annotava negli atti notarili un confesso a Tanzio di libre 1000 imperiali «solutione mercedis picturas quas Antonius pingit in capella […] que de picturis ornatur expensis dicti Octavii et hoc quantitatis quibusque confessionibus ab hodie». Il pagamento non sembrò quello conclusivo, seppure è presumibile gli affreschi fossero ormai effettuati entro la fine del 1629, come attestato dalla data apposta dal pittore con la firma nel santuario.
È probabile che Tanzio non avesse avviato i lavori immediatamente dopo il contratto, che gli prescriveva di terminare l’intervento nel giro di dodici mesi, e che il tutto fosse stato intrapreso solo a conclusione dell’intervento degli stuccatori. La conferma del termine della decorazione negli stessi anni si ricava anche dal confesso del 1629 viene emanato in data 4 gennaio dello stesso anno da Francesco Cattaneo per le stuccature dell’arco dell’ancona al Fossati. All’originario pagamento si aggiungeva la fattura dell’ancona marmorea, da eseguirsi sulla base del disegno dell’architetto ducale milanese Francesco Maria Richini. Per l’ancona, il cui contratto stabiliva la doverosa erogazione in lire 3300 imperiali, si è grande interesse alla famiglia dei Fossati, esponenti di una famiglia di marmorini itineranti, che sarà coinvolta ancora a fine Seicento per l’apparato della cappella della Madonna di Loreto, nel caso della cappella si presume presumibilmente veicolata dagli stuccatori Casella, stante l’analoga provenienza dalle regioni del Ticino. Il 28 marzo 1631 era un confesso di pagamento al Fossati di lire 150, forse quello conclusivo dei lavori. Il 10 marzo dello stesso anno Tanzio riceveva lire 600 imperiali a completa soluzione dei 400 scudi accordati nello strumento di allocazione del confessione; tale saldo provenendo con buone ragioni anche la tela con Sennacherib, di cui nel contratto non si parlava esplicitamente, ma dovevano esservi stati altri pagamenti intermedi per completare le lire 2400 corrispondenti ai 400 scudi accordati. Nello stesso atto si sottolineava che l’opera era stata acclamata laudabilosa dallo stesso Nazari e da Paolo Gallarati e in quanto tale secondato il pieno compimento del voto espresso e del lavoro promesso. Paolo Gallarati era morto il 27 marzo 1629 e si capisce chiaramente come il mandato di giudicare la parte completata a quella data dal pittore, che stendeva ai pagamenti non poteva aver incluso ancora compreso tutta la cappella.
Gli anni successivi fino al 1634 furono interessati da altri lavori di finitura dell’apparato: il 28 ottobre 1632 era una convenzione con il magistro cementario Bartolomeo Gabrino per «mettere in opera ornamentis in marmo nella cappella e in finale tra il 1633 e il 1634 altri confessi con gli scalpellini Gerolamo Giudici e Antonio Fossa (Fossati?, ovvero uno dei figli di Silvestro?) per ulteriori imprecisati lavori.
Nel giro di soli otto anni la cappella era dunque compiuta, con un apparato complessivamente unitario, all’insegna di scelte personali del committente, che per la parte pittorica, dové essersi fatto consigliare, forse in prima battuta, dal canonico Giovan Battista Gibellini, artefice anche del programma iconografico del sacello.
Rimaneva fuori dai lavori l’esecuzione del dipinto dell’ancona, non inclusa nel contratto con Tanzio. Ma non è da escludere che anche per questa fosse stato seriamente preso accordi con il medesimo artista che non poterono essere ottemperati a causa della sua scomparsa.
Un bozzetto con l’Angelo Custode del Tanzio è infatti registrato dal Bianchini nel 1828 insieme a quello con Sennacherib e in un quadro con una Giuditta dello stesso pittore nella galleria dei Bayo, eredi, col palazzo Nazari, presumibilmente, anche di parte della loro quadreria. Nel 1870 l’inventario di Giuseppe Avogadro registrava ancora il Sennacherib e la Giuditta, mentre erano perse le tracce dell’Angelo Custode.
Su quest’ultimo vale la pena ipotizzarne alcuni passaggi. Nell’inventario dello stesso Ottavio, alla atto della divisione dei quadri dell’eredità tra i figli successori, nel 1657, era citato nello studio di casa «un quadro dell’angelo custode sopra la tela con cornice che indirizza l’huomo alla strada del cielo e che è per anchora all’altare della cappella di San Gaudenzio». Lo stesso quadro ritornava puntualmente citato delle quadrerie degli eredi Nazari, senza alcun riferimento a un suo utilizzo nella cappella in San Gaudenzio. Credo che esso possa essere riconosciuto nell’immagine con questo soggetto che il vescovo Giulio Maria Odescalchi nel 1657, nel corso della sua visita alla chiesa, registrava sull’altare della cappella lamentando che fosse «valde parva in comparatione iconica». A tale mancanza gli eredi di Ottavio, Carlo e i fratelli, promettevano di sopperire, ma in realtà l’altare fu completato con la tela solo più tardi con l’arrivo dell’opera con l’Angelo Custode di Giacinto Brandi. Ma questa è un’altra storia su cui attendono ulteriori indagini.
