Le Cappelle

La Cappella della Buona Morte

Carlo Maria Scaciga

Il 29 aprile 1612 il vescovo Carlo Bascapè fondava la confraternita della Buona Morte o Compagnia della Morte «ad defunctorum animas adiuvandas», che nel 1616 veniva aggregata all’Arciconfraternita della Morte in Roma, ottenendo indulgenze e privilegi.

Lo scopo era quello di pregare per le anime dei defunti, tenendo viva la coscienza delle realtà ultime, i novissimi, morte, giudizio, inferno, paradiso, che offrono una essenziale chiarezza e un riferimento preciso al significato della vita e della morte di ogni uomo.

Abituati alle sfumature e sensibili al chiaroscuro dello spirito, la spiritualità moderna talora superficialmente vista quasi come semplificazione eccessiva, impegnati, poi, come siamo, a cercare di scordare, di esorcizzare la morte, può parere bizzarro che una grande cappella fosse dedicata alla morte, anzi, alla Buona Morte.

Ma i confratelli vestiti di nero, retti da otto laici eletti ogni anno e guidati da un priore scelto tra i più risplendenti della città, furono, senza dubbio, ricchi di spirito e di fede e di capacità di aggregazione, a giudicare dai numerosi documenti d’archivio che parlano della confraternita, detta poi anche del Suffragio. Solo per citarne alcuni:

– 9 luglio 1619: convenzione con il pittore Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone per la decorazione della cappella;
– 28 luglio 1619: accordo con lo stuccatore Giovanni Battista Giannone per eseguire le decorazioni in stucco;
– 16 settembre 1644: convenzione con il maestro Francesco Appiani per la costruzione di un credenzone in noce con scolpiti Davide, le Sibille, i santi del suffragio;
– 1795: convenzione con l’ingegner Stefano Melchioni per la costruzione dell’altare.

Ciò significa che all’interesse spirituale corrispose una ingente quantità di denaro e di immobili, tutti provenienti da offerte, che la confraternita amministrava, preoccupandosi soprattutto di far celebrare messe in suffragio dei defunti. Di questa abbondanza di beni la splendida cappella, effetto di una committenza di alto profilo, è testimonianza evidente.

Nella visita pastorale del vescovo Giulio Maria Odescalchi (1657) si legge che la cappella «bene se habet». Già nel 1620, come è scritto sulla lapide collocata, era stata ornata dagli affreschi del Morazzone e sormontata dalla grande tela del medesimo, raffigurante la Pietà. È questo straordinario complesso il migliore depositario del grande messaggio della Madre dolorosa: il fulcro della cappella e il cuore del messaggio che il linguaggio delle immagini intende offrire ai fedeli. Non tanto perché si eviti la morte (sia pure del Cristo), quanto, piuttosto, perché sottolinea che questa morte redime ogni uomo, salvandolo dall’orrore della morte e facendo nascere in lui una speranza più grande.

Di qui parte e si dispiega tutto l’apparato iconografico, cui è demandato il compito di testimoniare l’evolversi del pensiero che, partendo dalla fede di Israele, giunge alla fede della Chiesa: dalla preghiera verso i defunti alla intuizione che ha senso pregare per loro, alla speranza di un premio e alla paura di un castigo, fino alla consapevolezza che non si può solo intenderla come disperante privazione di vita ma come mistero entro cui la vita rinasce, se solo si ha il coraggio, come Paolo suggerisce nel suo cartiglio, di «cercare le cose di lassù, ove Cristo siede alla destra di Dio Padre» (Col 3). È Paolo, infatti, ad un riquadro, uno dei testimoni del Nuovo Testamento, insieme a Giovanni, che propone le parole del cap. 21 dell’Apocalisse: «Nulla di impuro entrerà in essa» (la nuova Gerusalemme), ove impuro è «chi pratica la corruzione e dice il falso».

Dall’altra parte Davide e Isaia testimoniano una antica e più indefinita speranza: «Nessuno ha mai visto un Dio come te, che abbia agito così per coloro che sperano in lui» (Is 64), e dal Salmo davìdico 17 (16): «Mi sazierò della tua presenza». Simeone di fronte come a un lungo cammino di avvicinamento, a una lenta comprensione del senso di tutta la vita e della morte, testimonia dalla presenza di altre grandi figure bibliche, due dell’Antico Testamento, Rut e Giuda Maccabeo, e due della storia della Chiesa, sant’Odilone e san Gregorio Magno. Rut, innanzitutto. «Il Signore sia buono con voi come voi siete buoni con i miei morti» (Rut 1), dice Noemi alle nuore moabite, rimaste vedove dei suoi figli, delle quali Rut, col cuore aperto e saldo nella fede, si pone esemplarmente accanto alla suocera, e nella fede del Dio d’Israele, si sposa. Un figlio, discendente di Davide, avrà come premio l’essere progenitrice del Messia.

Il secondo libro dei Maccabei testimonia: «Nelle tradizioni del popolo e del tempio, è cosa santa e religiosa pregare per i defunti e nella speranza della risurrezione» (2 Mac 12).

Intensa e graduale è dunque la presa di coscienza dei credenti. Le due grandi figure sottostanti sono la testimonianza della fede robusta della Chiesa che comprende appieno l’efficacia, in Cristo, della preghiera di intercessione e pei defunti. Sant’Odilone, per quanto sopra si è detto circa l’istituzione della commemorazione di tutti i defunti, e san Gregorio Magno per il sogno ispirativo attraverso il quale, nell’immagine del Cristo di passione, ha l’intuizione della importanza del celebrare l’Eucaristia in suffragio dei defunti.

Di grande vivacità la scena accanto alla finestra, sulla sinistra: al capezzale di un morente un demonio tenta di aprire un grande libro, quello della vita, nel quale sono segnati tutti i debiti dell’uomo. Con gesto imperioso un angelo lo chiude, a indicare che non c’è debito che non venga rimesso dal sacrificio di Cristo, se a lui ci si abbandona con fiducia. Dalla parte opposta si rappresenta esattamente la desolazione della morte senza speranza e senza Dio: decomposizione, vermi e putrefazione. Occorre dunque scegliere una buona morte e aver merito una buona morte.

Ma Dio conosce gli uomini e la loro fragilità e la difficoltà a essere santi come lui è santo. Ed ecco il dilatarsi del messaggio in una sapiente alternanza di ammonimenti e carichi di speranza, impersonata dalla presenza degli angeli: sono le anime purganti che attendono il termine della temperanza che dona loro la purificazione per poter entrare nella gloria del paradiso. È questa attesa che si può accorciare dalla preghiera e dalla carità dei vivi.

Ha perciò senso pregare e far penitenza; è quanto la confraternita ricorda con orazioni, celebrando, in qualche maniera, anche se stessa, ma mendicando una estrema orazione di ammonimento e di catechesi. Le sfarzose decorazioni, con i simboli della caducità dei beni terreni e delle vanità umane, sono continue conferme che, secondo la parola di san Paolo, tutto è nostro, ma non di Cristo e tanto meno della morte, anzi deve ricordarcene, e, comunque, sempre, verrà aiutato dalla pietà dei credenti.

Sul lato sinistro «il tremendo Morazzone», come scrive il Prina nel 1711, «ha lasciato uno spavento a tutti i pittori in un suo originale Giudizio Universale posto dal fianco della Cappella»: l’enorme tela (cm 640×274) è una efficace e abbagliante interpretazione del giudizio.

Ma al di là degli spaventi, i tormenti, le minacce, i timori, la beata Trinità che campeggia al centro della volta rappresenta la meta di ogni difficile cammino umano: la Gloria è il nostro destino e una buona morte è il viatico sicuro per raggiungerla.